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giovedì 27 settembre 2018

Il mio pear & ginger chutney per il Club del 27

Prima delle vacanze, ho saltato, con mio grande rammarico, un paio di appuntamenti col Club del 27, ma eccomi pronta a tornare a sperimentare le ricette dei libri che ci vengono proposti. Questo mese, abbiamo attinto a "Preserving" di Emma MacDonald ed io ho scelto di fare il chutney di pere e zenzero. Nel libro, dice che va bene per accompagnare carni, specie il maiale, e formaggi. Anche se nel libro si consiglia di usarlo dopo un mese di maturazione, io non ho resistito e ne ho usato subito un po' per accompagnare del fegato di vitello in padella e l'ho trovato un abbinamento strepitoso!

Pear & Ginger Chutney

300 ml di aceto balsamico
1 k di pere pelate e tagliate a dadini di 2-3 cm
20 g di radice di zenzero
175 g di cipolle tagliate sottili
35 g di zenzero candito tritato finemente
250 g di zucchero
buccia e succo di un'arancia
2 chiodi di garofano tritati

Versare l'aceto in una casseruola. Aggiungere tutti gli altri ingredienti, mescolare e portare lentamente a bollore. Ridurre la fiamma e far sobbollire fino a che si ispessisce. Girare di tanto in tanto, per impedire che si attacchi al fondo della pentola.
Nel frattempo, sterilizzare i barattoli, scegliendo, preferibilmente, quelli con coperchio non metallico, tipo i Weck.
Distribuire il chutney nei barattoli sterilizzati e ancora caldi. Tappare immediatamente e conservare al buio, in un posto fresco e asciutto. Attendere un mese prima di consumarlo.



mercoledì 7 giugno 2017

Il tempo delle mele

Lo so, l'estate non è la stagione delle mele, ma mi è capitato di ritrovarmi con tre chili di Pink Lady che non avevano molte speranze di vincere la competizione con ciliegie ed albicocche. Ho quindi tirato fuori "Mes Confitures" della Ferber, ho iniziato a scartabellare e... tadaaaaa! Ho trovato quello che cercavo, perché non sarà tempo di mele, ma, in compenso, la menta sul mio balcone è tutto un rigoglio.
Rispetto alla ricetta della Ferber, ho diminuito la quantità di zucchero, attenendomi, invece, alle indicazioni di Montersino, che consiglia di usare dal 40% al 70% di zucchero (io il 70), rispetto al peso del liquido filtrato.

Gelatina di mela alla menta

Mele                                3 k
Acqua                              3 l
Zucchero                         750 g (per la Ferber 2 k)
Limone                            1 grande
Menta

Lavare le mele e, senza sbucciarle, tagliarle in quarti. Metterle in una pentola capiente e coprirle con l'acqua. Farle cuocere a fuoco dolce, fino a che saranno morbide. Aggiungere le foglie di menta e lasciarle in infusione per 15 minuti. Versare le mele ed il loro liquido in uno chinoise e far percolare tutta la notte in frigo. Il giorno dopo, filtrare il liquido filtrato attraverso una stamina. Misurare il liquido così ottenuto e calcolare il 70% del peso in zucchero.  Aggiungere il succo del limone. Mettere sul fuoco e far cuocere fino alla temperatura di 108 gradi. Invasare, aggiungendo in ogni barattolo qualche foglia di menta. Chiudere i barattoli e capovolgerli fino a raffreddamento.


lunedì 25 maggio 2015

Una torta solare


La percoca è una varietà di pesca gialla molto cara a noi napoletani. Una brocca di vino bianco freddo, con dentro pezzi di percoca rappresenta, per noi, un accompagnamento pressoché imprescindibile delle tavole estive. A casa mia, poi, quando ero bambina, questo significava percoche e vino prodotti entrambi da mia nonna. E pazienza se quel vino aveva un gusto un tantino solforoso: noi, allora, non avevamo un palato enologicamente educato e non ci facevamo caso. Nel caso ve lo steste chiedendo, si, quand'ero bambina, nessuno ci trovava nulla di strano nel fatto che anche io assaggiassi un po' di vino e, visto che non sono diventata un'alcoolizzata, direi che la cosa non mi abbia recato gran danno.
L'anno scorso, a fine estate, ho preparato un paio di barattoli di percoche sciroppate, seguendo al ricetta trovata qui.

Percoche sciroppate

Percoche                         2 k
Zucchero                        500 g
Limoni                           2

Mettere sul fuoco una pentola con 3 l d'acqua e portarla a bollore; a questo punto, tuffare le percoche ben lavate e farle cuocere per circa 3 minuti. Scolarle e, appena si sono un po' raffreddate, sbucciarle e tagliarle in 4, eliminando il nocciolo. Intanto, preparare uno sciroppo con 1 l d'acqua, lo zucchero ed il succo di limone. Mettere i quarti di percoca dentro dei barattoli sterilizzati, compattandoli il più possibile. Ricoprire completamente con lo sciroppo a t.a. Chiudere i barattoli, avvolgerli ad uno ad uno con dei canovacci e metterli in una grande pentola; coprirli d'acqua e mettere la pentola sul fuoco, cuocendo per 20 minuti, dall'inizio del bollore. Lasciare i barattoli nella pentola fino a raffreddamento.

Ho utilizzato queste percoche per fare una cheese cake. La ricetta che ho seguito è stata, sostanzialmente, questa. Quel che ho fatto di diverso è stato prendere 100 g dello sciroppo delle percoche, aggiungervi un paio di cucchiai di zucchero e dei rametti di timo limonato e farlo restringere sul fuoco, prima di unirlo, una volta filtrato, alla crema di formaggio. Una volta sfornata la torta, ho affettato le percoche sciroppate, le ho disposte a raggiera sulla superficie e le ho spennellate con gelatina neutra.



giovedì 20 febbraio 2014

Candire il sole


Io, purtroppo, non sono una persona ordinata, tranne quando cucino. In quel caso, creo il minor caos possibile, mettendo immediatamente via o in lavastoviglie tutto quello che uso, appena non mi serve più. La mia indole, però, viene fuori quando, apportando modifiche ad una ricetta, tralascio di annotarmele, col risultato che, se provo a rifarla, non mi ricordo più cosa avevo modificato. Da questo punto di vista, il blog rappresenta per me, tra le altre cose, un archivio dove tenere ordine tra le ricette ed appuntare le mie personali variazioni. 
Per cui, anche se di ricette per fare le scorzette d'arancia candite pullula il web, mi appunto qui gli "aggiustamenti" che ho dovuto fare per ottenere un risultato che mi soddisfacesse appieno.
Il processo di canditura, essenzialmente, consiste nell'immergere la frutta in sciroppi di zucchero, a concentrazione crescente, permettendo allo zucchero di penetrare nella frutta stessa. Il processo andrebbe seguito con l'aiuto di speciali rifrattometri, che permettono di misurare con esattezza la concentrazione degli sciroppi. Poiché, difficilmente, nelle nostre case, è possibile ritrovare questo strumento, è necessario ricorrere a sitemi più approssimativi, ma alla portata di tutti.
Ricordo che, anni fa, avevo provato a candire dei cedri, seguendo una ricetta riportata su Il Talismano della Felicità, utilizzando  la tabella, che riporta i quantitativi di acqua e zucchero, corrispondenti ad un certo grado di densità (gradi Bè) dello sciroppo stesso

Grado sciropp- acqua in gr.-zucchero gr.


La cosa era stata abbastanza impegnativa e, anche se, al momento, m'era parso che il risultato fosse stato buono, dopo qualche settimana, i miei canditi ammuffirono... Per questo, da allora, non mi ero più cimentata.
Poi, però, mi è capitato di vedere qui delle scorze d'arancia candite preparate con un procedimento molto semplificato rispetto a quello che avevo usato per i cedri. La fonte era affidabilissima, le foto invoglianti...ho deciso di riprovarci.
Essendo una prova, ho cominciato con due arance. Le ho lavate molto bene e, per buona misura, le ho passate con uno straccetto  bagnato nell'alcool per liquori. Le ho sbucciate, ho pesato le bucce e le ho tuffate per pochi minuti in acqua bollente. Le ho scolate ed ho ripetuto la sbianchitura per altre due volte, cambiando, ovviamente, l'acqua. Ho disposto le scorze in un largo tegame, insieme al doppio del peso delle scorze di zucchero ed al doppio del peso di acqua (i.e. 250 g di scorze + 500 g di zucchero + 500 g di acqua) e a due cucchiai di glucosio e ad un cucchiaino di succo di limone per impedire la cristallizzazione dello zucchero. Ho messo il tegame su un fuoco lento, ed ho fatto sobbollire per qualche minuto. A questo punto, ho spento il fuoco. Per quattro giorni e per quattro volte ogni giorno, ho ripetuto questo passaggio: mettere il tegame sul fuoco, far sobbollire per qualche minuto e poi spegnere. In questo modo, la concentrazione dello zucchero, man mano che l'acqua evapora, aumenta. Tutto esattamente come riportato da Teresa. Di sicuro avrò sbagliato qualcosa io, ma sta di fatto che, al terzo giorno, lo sciroppo si era molto (troppo!) ridotto di volume e, francamente, a me le scorze sembravano pronte. Tuttavia, ho voluto, per una volta, seguire fino in fondo la ricetta originale, trovandomene però pentita, perché lo zucchero ha finito con il cristallizzarsi. Per carità, buone erano buone, ma non ero soddisfatta. Per questo motivo, ho voluto fare un'altra prova, stavolta fidandomi un po' di più del mio discernimento. Tanto per cominciare, le scorze le ho pesate dopo cotte e vi ho aggiunto l' 1,5 del peso di acqua e zucchero (250 g di scorze + 375 di zucchero + 375 di acqua), ottenendo così un volume maggiore di sciroppo. Al momento di aggiungere il glucosio, mi sono accorta che, nel barattolo, non ce n'era abbastanza. Benché, ormai, il glucosio si riesca a trovare molto più facilmente di un tempo, comunque non si trova esattamente sugli scaffali di qualunque supermercato e, per procurarmelo, devo rivolgermi ad un venditore di prodotti per pasticceria, che non è molto vicino a casa mia. Quindi, visto che Teresa dice che si può sostituire col miele, ho aggiunto allo sciroppo metà glucosio e metà miele. L'altra differenza è stata che mi son fermata al terzo giorno. Risultato eccellente, così tanto che, rivestite di cioccolato fondente, son finite in quattro e quattr'otto. M'è toccato rifarle ancora una volta... E stavolta, poiché ancora non ho trovato il tempo di passare dal "pusher" per pasticceri, niente glucosio, ma solo miele. E direi che sia andata bene comunque. 
Mi sa che, quest'anno, nelle pastiere metterò solo le mie scorzette home made, anziché il misto di canditi, che utilizzo di solito.







giovedì 12 settembre 2013

Incidenti sul lavoro

Da qualche anno, a settembre, appena tornata dalle vacanze, preparo i fichi sciroppati. Appuntamento irrinunciabile, perché, da quando li ha scoperti, mio marito non riesce a fare colazione senza di loro. Diciamo che l'unica "deroga" ammessa è la marmellata d'arance.
Tornata, quindi, dalle fatiche senesi, l'altro giorno sono andata a comprare questi benedetti fichi. Ero di fretta, perché avevo, quella stessa mattina, appuntamento con una tesista e, quindi, ho provato a fare il "fenomeno", a portare, cioè, su un braccio una cassetta da 6 k di fichi e, con l'altra mano, tirarmi dietro il carrello della spesa. E' finita che sono inciampata e, poiché avevo entrambe le mani occupate, cadendo, ho sbattuto la faccia sul selciato. M'è andata bene...avrei potuto rompermi il naso e/o qualche dente e, invece, me la sono cavata con escoriazioni varie e tanto, tanto sangue dal naso. Certo, ora sembro Rocky Balboa dopo l'incontro con Ivan Drago, ma passerà.
Già l'anno scorso ero stata sul punto di pubblicare questa ricetta, ma avevo desistito perché sembrava che mezza blogsfera li avesse fatti. Poi, è successo che io li abbia menzionati qui e tutti a chiedermi come li avessi fatti. Per cui, quest'anno, pubblico la ricetta per bene, ringraziando la mia amica Sandra che me la fece conoscere.

Fichi sciroppati

Fichi                  1 k
Zucchero           500 g
Limone              1
Vainiglia            1 bacca
Cannella            1 stecca

Lavare i fichi e metterli in una larga casseruola, ricoprendoli con lo zucchero. Lasciar riposare 24 ore. Trascorso questo tempo, aggiungere i semi della bacca di vainiglia, la stecca di cannella e sottili fettine di limone, tagliate in quarti. Cuocere per circa un'ora e mezza. Invasare in barattoli sterilizzati, capovolgerli e far raffreddare in questa posizione.
Le aromatizzazioni possono variare: c'è chi mette chiodi di garofano, o noce moscata e chi aggiunge del rum.





lunedì 17 giugno 2013

Tempo di Amarene sciroppate


Per diversi anni, a giugno, ho sempre preparato le cosiddette amarene quarantine. In pratica, si trattava snocciolare le amarene, metterle in un barattolo, coprirle di zucchero e lasciare il barattolo al sole per 40 giorni, da cui la denominazione di "quarantine". Questo, invece, è il terzo anno che preparo le amarene col metodo descritto da Simonetta Agnello-Hornby, nel suo libro "Un filo d'olio". Questa procedura richiede un po' più di attenzione, rispetto all'altra, ma il risultato è decisamente più soddisfacente, giacché si riesce ad ottenere uno sciroppo più denso e non soggetto a subire un certo grado di fermentazione alcoolica, come mi è  accaduto con le quarantine.
Per ogni kg di amarene snocciolate, sono richiesti 800 g di zucchero. Mettere il tutto in una pentola,  portare ad ebollizione e  continuare la cottura ancora per 5 minuti. Spegnere, coprire la pentola con un tulle ed esporla al sole, fino a quando il tutto si sarà freddato. Scolare lo sciroppo in un'altra pentola e rimetterlo sul fuoco, facendolo bollire per altri 5 minuti. Versarlo sulle amarene e rimettere la pentola al sole. Ripetere questo procedimento due volte al giorno, per due giorni. Invasare e sterilizzare (nel libro dice che la sterilizzazione non è necessaria, ma io preferisco non correre rischi). Le amarene così trattate resteranno sode e polpose e perfette per essere utilizzate sul gelato o in tanti dolci, come le zeppole o la foresta nera o come accompagnamento alla cacciagione di pelo.


lunedì 21 gennaio 2013

I doni dell'inverno

Amo le gelatine di frutta, sia per usarle nei dolci, sia per spalmarle semplicemente sul pane, al mattino. Per questo motivo, ne preparo tre tipi: d'inverno quella di arance, in primavera quella di fragole, d'estate quella di albicocche. Credetemi: un babà o una Sacher spalmati con una gelatina di albicocche fatta in casa sono tutta un'altra cosa. Tra l'altro,sono anche molto semplici da preparare. Io le faccio seguendo le indicazioni di Montersino. I due fattori "critici" da tener presenti sono il grado di acidità ed il contenuto in pectina del tipo di frutta che utilizziamo.
mele, more, ribes rosso, uva spina, limoni, arance, prugne acerbe, è frutta ricca di pectina e notevolmente acida;
prugne mature e ciliege dolci sono ricche di pectina, ma poco acide;
fragole, uva, albicocche, amarene, è frutta povera di pectina, anche se discretamente acida;
lamponi, pesche, fichi, pere e, in genere, tutta la frutta matura è povera di pectina e non acida.
 

Alla carenza di pectina si "rimedia", cuocendo un paio di mele con tutta la buccia, finché si spappolano. A questo punto, si passa il tutto ad un colino a maglia fitta e si aggiunge il passato alla frutta che intendiamo gelificare. La scarsa acidità, invece, si corregge con succo di limone.
Le arance, come risulta dall'elenco, non necessitano di nessuna correzione, essendo sia ricche di pectina che acide.
Anche se Montersino non lo specifica, io ho preferito procedere con lo stesso metodo che uso quando faccio la marmellata d'arance, per eliminare il retrogusto amarognolo. Ho preso le arance e le ho ripetutamente sforacchiate con uno stuzzicadenti; le ho poi messe in una grande ciotola piena d'acqua e ve le ho lasciate per 48 ore, cambiando l'acqua almeno 4-5 volte. Trascorse le 48 ore, ho tagliato le arance a pezzi e le ho messe in una pentola, coprendole a filo con dell'acqua. Le ho fatte cuocere finché son diventate morbide. A questo punto, ho versato il tutto in una stamina, sospesa sopra una caraffa. Essendo io una "caccavellara" incallita, posseggo questo aggeggio per la bisogna,


ma, in mancanza, si può ricorrere ad uno strofinaccio (bianco e non lavato con detersivi), legandone le cocche a due cucchiai di legno, che andranno appoggiati su una casseruola.
Lasciare la frutta a percolare per 24 ore, senza pressare o strizzare, altrimenti la gelatina non verrà limpida.. Trascorse le 24 ore, misurare il quantitativo di liquido ottenuto e pesare da 400 a 700 g di zucchero ( a seconda di quanto a lungo si intende conservare la gelatina; io ho scelto una via di mezzo: 500 g) per ogni litro di succo. Mettere il tutto in una larga casseruola e far cuocere fino al raggiungimento della temperatura di gelificazione, cioè 108 gradi. Invasare in barattoli sterilizzati.